Raffaello: La sintesi divina e la Scuola di Atene
Ci troviamo nel cuore del XVI secolo, nei primi anni del pontificato di Giulio II. A Roma, il mondo dell'arte vive un momento di grazia assoluta, una finestra di tempo sospesa che gli storici chiamano «Alto Rinascimento». Se Leonardo era lo spirito inquieto, lo scienziato dalle ricerche incompiute, e se Michelangelo era la forza bruta, l'anima tormentata che scolpiva la lotta dello spirito contro la materia, Raffaello Sanzio sarà il genio della sintesi suprema. Il suo talento unico, quasi soprannaturale secondo i suoi contemporanei, risiedeva nella sua capacità di assorbire le scoperte rivoluzionarie dei suoi due rivali per portarle a un livello di equilibrio, chiarezza e serenità mai eguagliato. Lì dove Michelangelo vedeva il corpo umano come tensione drammatica, Raffaello lo vede come grazia fluida. Lì dove Leonardo esplorava i misteri dell'ombra, Raffaello dispiega una luce ordinata che rende il mondo intelligibile e divino.
«La Scuola di Atene» è molto più di un affresco monumentale: è il manifesto visivo dell'Umanesimo trionfante. Raffaello vi riesce l'impossibile equilibrio: riunire il rigore matematico della prospettiva fiorentina e la presenza fisica scultorea dei corpi romani in un'architettura immaginaria che sembra respirare con nobiltà antica.

La Scuola di Atene (Vaticano): La sintesi perfetta del Rinascimento. Notate come la grandiosa architettura di Bramante funga da cornice all'incontro tra i più grandi spiriti dell'Antichità e del XVI secolo.
Osservate la struttura magistrale di quest'opera. Raffaello utilizza una prospettiva architettonica così profonda ed esatta che sembra sfondare il muro reale per prolungare la stanza in cui si trova lo spettatore. Al centro di questa immensa navata siedono i due pilastri del pensiero occidentale: Platone e Aristotele. Il gesto di ciascuno riassume una vita di filosofia: Platone punta il dito verso il cielo (il mondo delle Idee, l'immateriale), mentre Aristotele tende la mano verso terra (l'osservazione del mondo sensibile, l'etica terrestre). La densità intellettuale è tale che Raffaello dona a questi saggi le fattezze dei suoi contemporanei: Platone ha il volto di Leonardo da Vinci, mentre il malinconico Eraclito, seduto in primo piano, mutua i tratti di Michelangelo. È una riconciliazione totale tra metafisica, scienza e arte, che trasforma la pittura in musica visiva dove ogni gruppo di personaggi circola con fluidità organica.
Parallelamente alle sue composizioni monumentali, Raffaello raggiunge la perfezione nelle sue opere più intime. Nella «Madonna del Prato», riesce a risolvere il dilemma che occupava i pittori da un secolo: come legare i personaggi in modo naturale conservando una struttura geometrica perfetta? Qui utilizza la composizione piramidale ereditata da Leonardo, ma ne elimina l'inquietudine e l'oscuro mistero. I personaggi (la Vergine, il Bambino e San Giovanni Battista) sono inscritti in un triangolo stabile che conferisce un'immediata sensazione di pace allo spettatore. Il paesaggio sullo sfondo utilizza la prospettiva aerea appresa da Vinci, ma con una chiarezza luminosa che rende la natura benevola e serena.

La Madonna del Prato: L'equilibrio sovrano. La struttura piramidale garantisce stabilità, mentre la dolcezza dei volti incarna la 'grazia' propria dello stile di Raffaello.
Per comprendere la perfezione di Raffaello, bisogna afferrare il concetto di «Sprezzatura»: l'arte suprema di nascondere lo sforzo, di far apparire la perfezione tecnica come qualcosa di naturale e spontaneo. In lui, la linea è di una purezza assoluta, avvolgendo la carne con una tenerezza divina senza mai apparire rigida. Raggiungendo questo miracoloso equilibrio tra forma, contenuto ed emozione, Raffaello ha tuttavia chiuso una porta dietro di sé: ha portato il linguaggio del Rinascimento a un tale punto di compimento che sembrava impossibile fare 'meglio'. Ha creato un canone di bellezza che rimarrà il riferimento assoluto delle accademie d'arte per oltre tre secoli, definendo per l'Occidente cosa sia il 'Bello Ideale'.
La natura lo fece dono al mondo, dotandolo di tutta quella modestia e bontà che si vede talvolta in coloro che, più degli altri, hanno una certa nobiltà d'umanità espressa nello splendore di un temperamento pieno di grazia e di divina armonia.
Questa perfezione segna paradossalmente la fine di un ciclo. Alla morte prematura di Raffaello a soli 37 anni, l'arte entra in un periodo di dubbio. I suoi successori, consapevoli di non poter mai superare questo equilibrio solare, sceglieranno di romperlo deliberatamente. Allungheranno le proporzioni, distorceranno le prospettive e useranno colori acidi per esprimere una nuova angoscia e una soggettività esasperata. Sarà la nascita del Manierismo. Ma prima che questo edificio della ragione vacilli, ci resta da convalidare le vostre conoscenze su questo periodo dorato in cui, per qualche decennio tra Firenze e Roma, l'Uomo ha creduto di toccare l'eternità e la perfezione divina con la sola forza della sua ragione e del suo pennello.