Post-impressionismo1897
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Paul Gauguin
L'occhio del conservatore
"L'opera si distingue per l'eccezionale formato a fregio e per gli angoli superiori dipinti in giallo, che riportano il titolo e la firma, imitando così un antico affresco murale con gli angoli scrostati."
Vero testamento filosofico dipinto su juta, questo capolavoro monumentale sintetizza la ricerca di Gauguin di un paradiso perduto e la sua angoscia esistenziale di fronte alla morte. Attraverso una lettura da destra a sinistra, l'artista ripercorre il ciclo della vita umana in un onirico scenario tahitiano.
Analisi
Dipinta nel 1897 in uno stato di assoluta prostrazione, quest'opera è concepita da Gauguin come il suo ultimo lascito prima di un tentativo di suicidio con l'arsenico. L'artista vi dispiega una cosmogonia personale dove sacro e profano si intrecciano. Il ciclo inizia a destra con un neonato addormentato, vegliato da donne tahitiane, che simboleggia l'innocenza e l'origine. Al centro, una figura androgina raccoglie un frutto, evocando il mito della caduta ma reinterpretato in una prospettiva panteistica dove l'uomo comunica con una natura lussureggiante e misteriosa.
L'analisi iconografica rivela una fusione tra credenze locali polinesiane e archetipi occidentali. La presenza di un idolo blu sullo sfondo, rappresentante la divinità Hina, sottolinea l'interesse di Gauguin per le teogonie tahitiane e la sopravvivenza dell'anima. I personaggi sembrano fluttuare in uno spazio senza prospettiva classica, rafforzando la dimensione onirica e senza tempo della scena. Non è una semplice rappresentazione di Tahiti, ma un'allegoria dell'intera umanità, persa nella contemplazione dei propri misteri.
L'artista utilizza una tavolozza dominata da blu e verdi profondi che contrastano con i corpi arancioni, creando un'atmosfera di crepuscolo metafisico. Ogni figura appare isolata nella propria riflessione, illustrando la solitudine fondamentale dell'essere. La vecchia a sinistra, rannicchiata e prossima alla morte, chiude il ciclo iniziato dal bambino. È accompagnata da un insolito uccello bianco che tiene un ramarro, simbolo dell'inanità delle parole di fronte al grande mistero della fine.
Infine, questa tela segna l'apogeo del sintetismo. Gauguin semplifica le forme, utilizza campiture di colore piatto e rifiuta il naturalismo per raggiungere una verità più profonda e spirituale. Si tratta di un grido pittorico che interroga il posto dell'uomo nell'universo, una meditazione visiva che supera i confini dell'arte per toccare la filosofia pura. La trama ruvida della tela di juta, scelta per necessità quanto per gusto del primitivismo, aggiunge una materialità grezza a questo messaggio spirituale.
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La struttura narrativa di questo fregio monumentale deroga alle convenzioni occidentali. Qual è la sua particolarità di lettura e quale influenza maggiore rivela?
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